“The times they are a-changing”

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“The times they are a-changing” è in assoluto una delle mie canzoni preferite. L’ho sempre considerata il mio personale inno alla ribellione contro tutto ció che mi sta stretto e un invito a pensare che nello sdegno non si è mai soli. Da quando Trump è stato proclamato vincitore, però, alcune parole del Nobel Dylan per me hanno un’eco diversa. “Admit that the waters around you have grown and accept it that soon you’ll be drenched to the bone and if your breath to you is worth saving, then you better start swimming or you’ll sink like a stone for the times they are a-changing”, ad esempio. Sento che c’è qualcosa che come progressisti dobbiamo capire in fretta: c’è un mondo fatto di rancore che sembra dirci che per noi non c’è più posto, c’è un clima da conflitto, c’è stanchezza diffusa. Dobbiamo farci i conti o verremo spazzati via, con i nostri valori e i nostri ideali. E basta una faccia di bronzo qualsiasi per riuscirci. Oggi negli USA si chiama Donald, domani in Italia chissà. Penso fosse questo che intendeva dire Bersani quando ha scritto il post sulle elezioni americane “che parlano a noi”. Ma, come spesso accade da un po’ di tempo a questa parte, siamo molto più interessati alla maestà lesa, piuttosto che al merito.
“Keep your eyes wide, the chance won’t come again”.

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