Per ridare dignità a questo congresso.

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Lunedí sera ho accantonato gli impegni familiari per ascoltare Pierluigi Bersani a Modena perchè, pur non avendolo a suo tempo sostenuto come segretario del PD, ritengo utile sentire cosa ha da dire in un momento difficile. Non posso negarlo: in molte delle sue idee mi riconosco, ma rispetto al discorso “scissione” non riesco a convincermi al 100% della bontà della scelta. Vorrei, innanzitutto, mettere in chiaro alcuni aspetti: ci sono cose che ho sempre rimproverato alla cosiddetta “Sinistra Dem”. O meglio: ci sono cose che rimprovero ad alcuni suoi esponenti di spicco (tra cui lo stesso Bersani):
1) La gestione del partito fino al 2013. Cito alcuni errori tra tutti: non aver compreso la “portata” del Movimento 5 stelle, l’aver sempre sottovalutato alcune istanze (vedi i temi ambientali), l’aver gestito la discussione interna spesso con orecchie da mercante (per poi aver subito, quasi per contrappasso, lo stesso destino).
2) L’essere stati loro stessi artefici della rapida, bruciante ascesa di #Renzi che a molti è parso l’unica speranza davanti agli errori di cui sopra.
3) Non aver sempre manifestato il proprio dissenso con coraggio davanti alle scelte di Renzi premier, oppure di averlo fatto in maniera poco visibile, vedi sul “Jobs act”, sullo “Sblocca Italia”, sulla pseudo-riforma della P.A. Oppure sul referendum costituzionale, con quella poco comprensibile giravolta tra il voto in Parlamento e quello nelle urne.
 
Certo, nel tempo ho rivolto molte piú critiche a Renzi segretario e premier; ho sempre detto, ad esempio, che questo assurdo esperimento delle larghe intese doveva concludersi e che questa contaminazione con la destra e le sue politiche ci stava logorando. Oggi, per la cronaca, le larghe intese sono persino in via di consolidamento.
 
Chi conosce il mio modesto percorso politico sa, quindi, che non mi sono riconosciuta nella “ditta” bersaniana e ancora meno nella Leopolda renziana, anche perchè alla “rottamazione” di D’Alema e Bersani, ha poi fatto seguito l’inopportuna “riscoperta” di altri non meno “colpevoli” dei primi due (emblematica la promozione di Fassino e Franceschini a “padri nobili” del renzismo, ad esempio).
Le mie idee e sensibilità mi hanno sempre spinto verso una terza via, che a questo punto è da capire se esiste solo nei sogni. Ecco, penso di persone che provano lo stesso mio disagio evidentemente ce ne siano parecchie (basta guardare il crollo delle tessere del partito, iniziato prima del 2013 e continuato dalla cura Renzi-Guerini-Serracchiani): possiamo dire, quindi, che in molti si sono già “scissi” da un po’ ed in silenzio.
Io, nonostante tutto, ho continuato a rinnovare la tessera e a portare la casacca PD, ma capisco benissimo chi non si sente più a casa. Anche per me, dopo tanti anni di militanza attiva (15 per la precisione, piú della metà della mia vita), questa politica è diventata un mondo difficile da capire.
E’ come se il mio partito non avesse veramente bisogno di me, perché io posso contare solo se ho sufficienti “relazioni” per “essere riconosciuta” come parte di “qualcosa” (chiamiamola “corrente” per semplicità). Il singolo (con ciò che lo caratterizza) non interessa davvero a questo PD. Probabilmente non interessava già alla “ditta” e ha continuato a non interessare alla Leopolda.
Voglio essere chiara: il problema non è se Giulia Morini smette di sentirsi a casa. Il problema è che una normale ragazza di 20/30 anni, lavoratrice precaria o disoccupata, si sente estranea nelle stanze di un partito che invece dovrebbe avere tante cose da dirle. Questo è ben più grave.
 
Oggi mi trovo davanti ad un bivio. Per quel che mi riguarda, Renzi passerà alla storia come il segretario che ad una minaccia di addio ha risposto da bullo e che, piuttosto che impegnarsi in un tentativo di riconciliazione, ha salutato tutti per volare in California a lanciare la propria personale campagna, cercando di spingere il partito in un congresso-lampo privo di qualsiasi dignità per dimostrare (ancora una volta) che può fare a meno di chiunque non gli piaccia.
Nonostante tutto questo, però, resto. Resto perché l’Italia continua ad avere bisogno di un PD che nè la “vecchia guardia”, nè tantomeno Renzi sono riusciti ancora a realizzare. Provo e spero che, dopo tutte le batoste che abbiamo preso e prenderemo, stavolta sapremo dove andare. Parteciperò al congresso sostenendo l’unico candidato che oggi ha compreso che non possiamo andare avanti cosí, Andrea Orlando. Lo farò con la rabbia e l’amarezza che tanti compagni (e purtroppo ex-compagni) stanno provando in questi mesi, ma lo farò anche perchè solo partecipando in tanti potremo restituire a questo congresso quella dignità che qualcuno sta provando di toglierci.

“Facciabronzismo”…

Un’ottimo discorso quello di Renzi, ieri all’assemblea nazionale del PD. Franco, in gran parte condivisibile. Peccato che il congresso non si faccia, quindi #andiamoavanti, metti che sia #lavoltabuona e che improvvisamente la gente inizi a capirci.

Poi c’è la questione Giacchetti (che avrebbe potuto usare un po’ di quell’energia nella campagna per le amministrative, magari). Diciamo che se dovessimo dare patenti di incoerenza e “facciadibronzismo” ci verrebbe fuori un elenco interessante e piuttosto lunghetto.

I toni da apocalisse (ahimè) funzionano…

L'infografica di Centimetri sul voto nelle Regioni al Referendum Costituzionale. Roma, 5 dicembre 2016. ANSA/ CENTIMETRI

Aldilà dell’esultanza a favore di telecamere di qualche leader delle opposizioni, in realtà a questo giro è molto difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Quindi è importante sottolineare le cose sulle quali riflettere per prepararci ad una stagione che ci metterà alla prova (soprattutto in casa #PD, che è ciò che m’interessa visto che è casa mia):
1. I toni da apocalisse (ahimè) funzionano: aver voluto enfatizzare che in questo voto c’erano in ballo i destini economici ed addirittura sociali di questo paese ha aggiunto caos nelle valutazioni e nella comprensione del merito. Dall’altra parte, drammatizzare parlando indebitamente di “ridimensionamento della democrazia” o di “autoritarismo”, ad esempio, ha allarmato più del dovuto molte persone. Chi ha deciso queste strategie forse può intestarsi parte della grande partecipazione al voto. Ma qual è stata la “qualità” di questa partecipazione? Lo vedremo.
2. Renzi e alcuni ministri del suo governo si sono appiattiti su un messaggio solo: il cambiamento è buono a prescindere, tanto che non c’è bisogno neppure di spiegarlo. Sottovalutando che il cambiamento invece va digerito, compreso e che le persone hanno bisogno di toccare con mano contropartite vantaggiose, magari nella direzione dell’equità.
Il messaggio “sono 30 anni che ci proviamo, o la va o la spacca”? Troppo debole per essere convincente.
3. Il PD si è adeguato ad una campagna elettorale fatta di messaggi tra il ridicolo e l’offensivo. Esempio? La foto del consigliere regionale in bianco e nero che si mette a posto la cravatta, sbandierata a simbolo di privilegio. Lo stesso PD che poi sui territori cerca di spiegare, con fatica, che i costi della politica (soprattutto di quella che funziona) sono niente rispetto ai grandi sprechi di questo paese (come quelli nei Ministeri). Messaggi discordanti che hanno portato le persone a pensare che di “volte buone” nella quotidianità della politica ce ne sono tante, basta volerlo.
 
La verità è che i toni apocalittici hanno allettato tutti. Molti sono stati sfiorati dall’idea che, davanti all’ipotesi della crisi di governo, avrebbe prevalso nei cittadini un senso di responsabilità che coincideva un po’ con una delega. Ma cosí facendo abbiamo messo noi una pistola carica nelle mani dei nostri avversari (quelli veri, quelli che della Costituzione non gliene frega davvero un baffo) e così non siamo riusciti ad evitare la rabbia delle persone che stavolta non hanno risposto stando a casa (come nelle ultime tornate elettorali), ma dicendo la propria in massa.
Oggi è sorto un nuovo giorno e domani ne sorgerà un altro, ma confido che finalmente il sole vada presto ad illuminare ció che fino ad ora non abbiamo saputo vedere.

Tra D’Alema e Renzi, io sto con Prodi.

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Tutti ad incensare o attaccare Romano Prodi per quello che farà il 4 dicembre, e in pochissimi che abbiano letto (e fatto tesoro) della parte più importante della sua dichiarazione, quella che parla di cosa succederà (comunque vada il referendum) dal 5 dicembre in poi: “La mia vicenda politica si è identificata nel tentativo di dare a questo Paese un modello maggioritario e bipolare. C’è chi ha voluto ignorare e persino negare quella storia, come se le cose cominciassero sempre da capo, con una leadership esclusiva, solitaria ed escludente. E c’è chi ha poi strumentalizzato quella storia rivendicando a sé il disegno che aveva contrastato“.
Al di là di come ha deciso di votare, Prodi ci rimprovera tutti. Ma qualcuno forse deve sentirsi più rimproverato degli altri.

Analisi “socio-culturale” delle elezioni amministrative

QUESTA NON E’ UN’ANALISI DEL VOTO: ma prima di tutto prova ad essere, almeno parzialmente, un’analisi socio-culturale (che attirerà critiche bi-partisan, tranquilli!) 😉
Ognuno ha la sua visione sull’andamento delle elezioni amministrative, io vorrei aggiungere qualcosa in più.
Ho come il presentimento che in Italia non sempre si venga giudicati dagli elettori sulla base di queste o quelle politiche, o di quanto bene o male si amministra una città (e anche recentemente ci sono stati casi evidenti).
Sicuramente lo story-telling renziano non funziona più, lo Sblocca-Italia e il Job’s act hanno allontanato una fetta di elettorato dal PD, ancor più della fin troppo vituperata riforma Costituzionale (per la quale milioni d’italiani si stanno scoprendo improvvisamente costituzionalisti), ma la vera sostanza della sonora e nettissima batosta secondo me sta altrove.
 
Sta in buona parte nell’atteggiamento di Matteo Renzi.
 
Sì, nell’atteggiamento prima ancora che nelle politiche del suo governo, perchè l’italiano medio, che non è sceso in piazza per protestare in questi due anni di governo tranne rare eccezioni, forse (purtroppo!) manco le segue le politiche di un governo.
Nella società liquida dicono che si voti sempre più a sensazione, boh, sarà… Di certo, in un sistema elettorale a doppio turno (come le amministrative, ma ora, ahimè con l’Italicum, anche le politiche) e soprattutto tripolare (CSX, CDX e M5S), non basta essere la prima scelta della maggioranza relativa dei votanti (com’è il PD), ma bisogna essere perlomeno la seconda scelta della MAGGIORANZA ASSOLUTA!
 
E invece Renzi, pur non avendo di certo governato peggio del D’Alema del 1999 (and btw, Alfano/Verdini are just the new Mastella/Cossiga), sta sbagliando impostazione.
La sua polarizzazione, il suo “nazional-popolarismo” che mal si adatta al background storico del centrosinistra italiano e che scimmiotta il populismo di Grillo e Salvini, nella battute, nelle offese, nelle estremizzazioni, ha sì allargato in parte la base di consenso (anche se perdendo a sinistra), ma provocando anche una contrapposizione insuperabile con il resto dell’elettorato che porta ad un sentitissimo voto di protesta. A quel voto di vendetta dell’elettore leghista o grillino che al secondo turno, senza più prima scelta, ti vota contro a prescindere e solo per impalarti. Un voto che in democrazia vale comunque come un voto ponderato e valoriale.
 
La sfrontatezza del premier-segretario, ormai trasformatasi sempre più in arroganza (o perlomeno percepita come tale), evidentemente non paga più.
Io penso che per uscire dalla crisi in cui sta scivolando il centrosinistra italiano serva qualcos’altro. Che ne so…un Prodi, ovviamente non lui-lui, ma la sua impostazione e le sue capacità: governare bene, ma anche, soprattutto, saper unire un paese in un momento che rimane difficile.