I toni da apocalisse (ahimè) funzionano…

L'infografica di Centimetri sul voto nelle Regioni al Referendum Costituzionale. Roma, 5 dicembre 2016. ANSA/ CENTIMETRI

Aldilà dell’esultanza a favore di telecamere di qualche leader delle opposizioni, in realtà a questo giro è molto difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Quindi è importante sottolineare le cose sulle quali riflettere per prepararci ad una stagione che ci metterà alla prova (soprattutto in casa #PD, che è ciò che m’interessa visto che è casa mia):
1. I toni da apocalisse (ahimè) funzionano: aver voluto enfatizzare che in questo voto c’erano in ballo i destini economici ed addirittura sociali di questo paese ha aggiunto caos nelle valutazioni e nella comprensione del merito. Dall’altra parte, drammatizzare parlando indebitamente di “ridimensionamento della democrazia” o di “autoritarismo”, ad esempio, ha allarmato più del dovuto molte persone. Chi ha deciso queste strategie forse può intestarsi parte della grande partecipazione al voto. Ma qual è stata la “qualità” di questa partecipazione? Lo vedremo.
2. Renzi e alcuni ministri del suo governo si sono appiattiti su un messaggio solo: il cambiamento è buono a prescindere, tanto che non c’è bisogno neppure di spiegarlo. Sottovalutando che il cambiamento invece va digerito, compreso e che le persone hanno bisogno di toccare con mano contropartite vantaggiose, magari nella direzione dell’equità.
Il messaggio “sono 30 anni che ci proviamo, o la va o la spacca”? Troppo debole per essere convincente.
3. Il PD si è adeguato ad una campagna elettorale fatta di messaggi tra il ridicolo e l’offensivo. Esempio? La foto del consigliere regionale in bianco e nero che si mette a posto la cravatta, sbandierata a simbolo di privilegio. Lo stesso PD che poi sui territori cerca di spiegare, con fatica, che i costi della politica (soprattutto di quella che funziona) sono niente rispetto ai grandi sprechi di questo paese (come quelli nei Ministeri). Messaggi discordanti che hanno portato le persone a pensare che di “volte buone” nella quotidianità della politica ce ne sono tante, basta volerlo.
 
La verità è che i toni apocalittici hanno allettato tutti. Molti sono stati sfiorati dall’idea che, davanti all’ipotesi della crisi di governo, avrebbe prevalso nei cittadini un senso di responsabilità che coincideva un po’ con una delega. Ma cosí facendo abbiamo messo noi una pistola carica nelle mani dei nostri avversari (quelli veri, quelli che della Costituzione non gliene frega davvero un baffo) e così non siamo riusciti ad evitare la rabbia delle persone che stavolta non hanno risposto stando a casa (come nelle ultime tornate elettorali), ma dicendo la propria in massa.
Oggi è sorto un nuovo giorno e domani ne sorgerà un altro, ma confido che finalmente il sole vada presto ad illuminare ció che fino ad ora non abbiamo saputo vedere.

Tra D’Alema e Renzi, io sto con Prodi.

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Tutti ad incensare o attaccare Romano Prodi per quello che farà il 4 dicembre, e in pochissimi che abbiano letto (e fatto tesoro) della parte più importante della sua dichiarazione, quella che parla di cosa succederà (comunque vada il referendum) dal 5 dicembre in poi: “La mia vicenda politica si è identificata nel tentativo di dare a questo Paese un modello maggioritario e bipolare. C’è chi ha voluto ignorare e persino negare quella storia, come se le cose cominciassero sempre da capo, con una leadership esclusiva, solitaria ed escludente. E c’è chi ha poi strumentalizzato quella storia rivendicando a sé il disegno che aveva contrastato“.
Al di là di come ha deciso di votare, Prodi ci rimprovera tutti. Ma qualcuno forse deve sentirsi più rimproverato degli altri.

L’Italia solidale dov’è?

Ció che è accaduto a Goro mi lascia quasi stordita. Non solo per quello che è accaduto in sè, ma anche per quanto potenzialmente puó accadere. Per quell’immagine spaventosa di comunitá che neanche ci prova ad essere accogliente: non ci diamo il tempo di conoscere quelle persone, di dargli un volto, di sapere i loro nomi. Di scoprire, in sostanza, chi sono, al di là delle etichette (profugo, migrante, clandestino, etc.). Non ci proviamo, consci che la convivenza è difficile, che i problemi ci possono essere, ma anche essere affrontati. Vadano via, lontano da noi. Stordisce sapere che tutto questo oggi si è rivoltato contro donne e bambini provenienti da un altro paese, ma che domani chiunque puó essere rifiutato a priori, colpevole di essere quello che è: una persona che vive ai margini, chi ha sbagliato, chi disturba troppo, chi è brutto a vedersi, chi fa paura, chi è malato, chi è diverso. Il senso di comunità si sta sfaldando e forse questo sí, meriterebbe le barricate.

Dedicata a quelli che “aiutiamoli a casa loro”. Eccola qua, la loro casa. Dove non c’è nulla, a parte la vita.

Il reato di clandestinità va eliminato.

Perché, come non c’era alcuna giustificazione nell’incarcerare qualcuno con la colpa di essere quello che è (clandestino), altrettanto non ha senso comminare una sanzione che nessuno pagherà (mentre la macchina della giustizia va sempre più a rilento, dati alla mano). Siamo seri, su. E non venitemi a tirare fuori Vignola o Colonia o Daesh … Questioni serie o gravissime, ma che con questa faccenda non c’entrano un tubo. Perché la vostra logica del minestrone (va bene mischiare tutto, purché riempia la pancia) fa perdere tempo e lucidità. E, francamente, ha rotto.

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