Queste vite valgono meno delle nostre?

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Alcuni sono brave persone, altri sono normali, poi c’è pure qualche scemo. Alcuni hanno sogni e obiettivi, altri vivono alla giornata. Alcuni hanno voglia di lavorare, altri sono pigri. Ci sono quelli onesti, quelli così così, quelli disonesti. Tra loro ci sono geni, quelli che non sanno fare una O con un bicchiere e quelli che se la cavano. Come in qualsiasi campionario umano. Come in qualsiasi nostra città, paese, quartiere, condominio, famiglia. C’è solo una cosa che li distingue da noi: loro muoiono. Perché la loro vita non vale nulla dove vivono e vale ancora meno su un gommone sbattuto a mare. Loro muoiono, mentre noi con la bava alla bocca facciamo gara a chi li odia di più. Loro muoiono, mente noi fingiamo di non sapere che il nostro benessere si fonda su disuguaglianze mondiali insostenibili. Loro muoiono, mentre noi urliamo che non li vogliamo e che siamo spiacenti, ma devono stoicamente sopportare le disuguaglianze di cui sopra.
Rogers scriveva che ogni essere ha un innato desiderio di vita, che nulla puó soffocare. Se lasci una patata al buio in una stanza con un solo spiraglio di luce, diceva, vedrai comparire sulla sua superficie un germoglio che cresce in quella direzione. Perché persino una patata vuole migliorare la propria esistenza.
Queste vite non valgono meno della mia. Chi non ha la forza di affermare lo stesso, non è morto su un gommone per uno strano scherzo del destino, ma è morto dentro.

Io non credo, ma oggi le mie preghiere laiche sono per voi.

L’Italia solidale dov’è?

Ció che è accaduto a Goro mi lascia quasi stordita. Non solo per quello che è accaduto in sè, ma anche per quanto potenzialmente puó accadere. Per quell’immagine spaventosa di comunitá che neanche ci prova ad essere accogliente: non ci diamo il tempo di conoscere quelle persone, di dargli un volto, di sapere i loro nomi. Di scoprire, in sostanza, chi sono, al di là delle etichette (profugo, migrante, clandestino, etc.). Non ci proviamo, consci che la convivenza è difficile, che i problemi ci possono essere, ma anche essere affrontati. Vadano via, lontano da noi. Stordisce sapere che tutto questo oggi si è rivoltato contro donne e bambini provenienti da un altro paese, ma che domani chiunque puó essere rifiutato a priori, colpevole di essere quello che è: una persona che vive ai margini, chi ha sbagliato, chi disturba troppo, chi è brutto a vedersi, chi fa paura, chi è malato, chi è diverso. Il senso di comunità si sta sfaldando e forse questo sí, meriterebbe le barricate.

‪‎Bruxelles‬ è un simbolo

… della generazione Europa, della generazione Erasmus (che sta piangendo le vite spezzate in Spagna), della prima generazione di cittadini europei. Della generazione che studia e lavora all’estero e che sente “l’estero” come casa propria. Il terrorismo sta sfidando noi. Noi cresciuti a pane e voli low cost, noi che giriamo per le città d’Europa sentendole nostre, proprio noi. Ci sfidano a chiuderci in casa, ad avere paura del mondo, ma dimenticano che i confini non ci appartengono per natura. Il vostro nichilismo non ci fermerà. Proverete ancora e ancora, ma noi saremo sempre qui. Liberi e forti.

Dedicata a quelli che “aiutiamoli a casa loro”. Eccola qua, la loro casa. Dove non c’è nulla, a parte la vita.

Il reato di clandestinità va eliminato.

Perché, come non c’era alcuna giustificazione nell’incarcerare qualcuno con la colpa di essere quello che è (clandestino), altrettanto non ha senso comminare una sanzione che nessuno pagherà (mentre la macchina della giustizia va sempre più a rilento, dati alla mano). Siamo seri, su. E non venitemi a tirare fuori Vignola o Colonia o Daesh … Questioni serie o gravissime, ma che con questa faccenda non c’entrano un tubo. Perché la vostra logica del minestrone (va bene mischiare tutto, purché riempia la pancia) fa perdere tempo e lucidità. E, francamente, ha rotto.

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