Una politica di qualità passa dai partiti, non dalla Costituzione.

VOGLIA DI ANDARE VIA

Che si stia pensando di votare Sì o di votare No al Referendum Costituzionale del 4 dicembre, penso comunque che ci debba essere una richiesta unanime: la classe politica deve essere di qualità. E questo è un compito dei partiti, non della Costituzione.

“The times they are a-changing”

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“The times they are a-changing” è in assoluto una delle mie canzoni preferite. L’ho sempre considerata il mio personale inno alla ribellione contro tutto ció che mi sta stretto e un invito a pensare che nello sdegno non si è mai soli. Da quando Trump è stato proclamato vincitore, però, alcune parole del Nobel Dylan per me hanno un’eco diversa. “Admit that the waters around you have grown and accept it that soon you’ll be drenched to the bone and if your breath to you is worth saving, then you better start swimming or you’ll sink like a stone for the times they are a-changing”, ad esempio. Sento che c’è qualcosa che come progressisti dobbiamo capire in fretta: c’è un mondo fatto di rancore che sembra dirci che per noi non c’è più posto, c’è un clima da conflitto, c’è stanchezza diffusa. Dobbiamo farci i conti o verremo spazzati via, con i nostri valori e i nostri ideali. E basta una faccia di bronzo qualsiasi per riuscirci. Oggi negli USA si chiama Donald, domani in Italia chissà. Penso fosse questo che intendeva dire Bersani quando ha scritto il post sulle elezioni americane “che parlano a noi”. Ma, come spesso accade da un po’ di tempo a questa parte, siamo molto più interessati alla maestà lesa, piuttosto che al merito.
“Keep your eyes wide, the chance won’t come again”.

La banalità del volersi bene.

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Lui è Patch Adams, in persona. Chi conosce la sua storia sa che forse non c’è bisogno di dire altro. Ieri sera ho avuto l’onore di ascoltarlo e posso dire che non ho mai incontrato qualcuno cosí: ha fatto ridere, piangere, ballare, stringersi in un abbraccio un intero teatro. Ma soprattutto ci ha intimato di essere “infiltrati d’amore” ovunque (“shine, be funny, be kind and love”). C’è qualcosa di così banale nel volere bene e nel fare del bene, ma forse é in questa semplicità che si nasconde il segreto di ogni cosa.

L’Italia solidale dov’è?

Ció che è accaduto a Goro mi lascia quasi stordita. Non solo per quello che è accaduto in sè, ma anche per quanto potenzialmente puó accadere. Per quell’immagine spaventosa di comunitá che neanche ci prova ad essere accogliente: non ci diamo il tempo di conoscere quelle persone, di dargli un volto, di sapere i loro nomi. Di scoprire, in sostanza, chi sono, al di là delle etichette (profugo, migrante, clandestino, etc.). Non ci proviamo, consci che la convivenza è difficile, che i problemi ci possono essere, ma anche essere affrontati. Vadano via, lontano da noi. Stordisce sapere che tutto questo oggi si è rivoltato contro donne e bambini provenienti da un altro paese, ma che domani chiunque puó essere rifiutato a priori, colpevole di essere quello che è: una persona che vive ai margini, chi ha sbagliato, chi disturba troppo, chi è brutto a vedersi, chi fa paura, chi è malato, chi è diverso. Il senso di comunità si sta sfaldando e forse questo sí, meriterebbe le barricate.

Analisi “socio-culturale” delle elezioni amministrative

QUESTA NON E’ UN’ANALISI DEL VOTO: ma prima di tutto prova ad essere, almeno parzialmente, un’analisi socio-culturale (che attirerà critiche bi-partisan, tranquilli!) 😉
Ognuno ha la sua visione sull’andamento delle elezioni amministrative, io vorrei aggiungere qualcosa in più.
Ho come il presentimento che in Italia non sempre si venga giudicati dagli elettori sulla base di queste o quelle politiche, o di quanto bene o male si amministra una città (e anche recentemente ci sono stati casi evidenti).
Sicuramente lo story-telling renziano non funziona più, lo Sblocca-Italia e il Job’s act hanno allontanato una fetta di elettorato dal PD, ancor più della fin troppo vituperata riforma Costituzionale (per la quale milioni d’italiani si stanno scoprendo improvvisamente costituzionalisti), ma la vera sostanza della sonora e nettissima batosta secondo me sta altrove.
 
Sta in buona parte nell’atteggiamento di Matteo Renzi.
 
Sì, nell’atteggiamento prima ancora che nelle politiche del suo governo, perchè l’italiano medio, che non è sceso in piazza per protestare in questi due anni di governo tranne rare eccezioni, forse (purtroppo!) manco le segue le politiche di un governo.
Nella società liquida dicono che si voti sempre più a sensazione, boh, sarà… Di certo, in un sistema elettorale a doppio turno (come le amministrative, ma ora, ahimè con l’Italicum, anche le politiche) e soprattutto tripolare (CSX, CDX e M5S), non basta essere la prima scelta della maggioranza relativa dei votanti (com’è il PD), ma bisogna essere perlomeno la seconda scelta della MAGGIORANZA ASSOLUTA!
 
E invece Renzi, pur non avendo di certo governato peggio del D’Alema del 1999 (and btw, Alfano/Verdini are just the new Mastella/Cossiga), sta sbagliando impostazione.
La sua polarizzazione, il suo “nazional-popolarismo” che mal si adatta al background storico del centrosinistra italiano e che scimmiotta il populismo di Grillo e Salvini, nella battute, nelle offese, nelle estremizzazioni, ha sì allargato in parte la base di consenso (anche se perdendo a sinistra), ma provocando anche una contrapposizione insuperabile con il resto dell’elettorato che porta ad un sentitissimo voto di protesta. A quel voto di vendetta dell’elettore leghista o grillino che al secondo turno, senza più prima scelta, ti vota contro a prescindere e solo per impalarti. Un voto che in democrazia vale comunque come un voto ponderato e valoriale.
 
La sfrontatezza del premier-segretario, ormai trasformatasi sempre più in arroganza (o perlomeno percepita come tale), evidentemente non paga più.
Io penso che per uscire dalla crisi in cui sta scivolando il centrosinistra italiano serva qualcos’altro. Che ne so…un Prodi, ovviamente non lui-lui, ma la sua impostazione e le sue capacità: governare bene, ma anche, soprattutto, saper unire un paese in un momento che rimane difficile.

Del ballottaggio di Roma…

ATTENZIONE: POST CHE POTREBBE ATTIRARE CRITICHE!
Preciso subito: non abito e non voto a Roma e non mi piacciono troppo gli endorsement “fuori sede” in occasione di elezioni amministrative, ma qualcosa balza subito all’occhio nel ballottaggio Raggi-Giachetti.
Nutro da tempo grande stima (che rimane immutata) per Ignazio Marino e Giuseppe Civati (vorrei poter dire lo stesso invece per Massimo D’Alema ma fatico di più 🙂 …), li ho sostenuti con convinzione e senza reticenze in battaglie dentro il PD, anche quando non era di moda, nè conveniente e continuo ancora adesso a pensare che, da quando hanno lasciato il partito, la nostra sia una comunità politica più debole e meno attrattiva.
Quando però si deve scegliere chi amministrerà la tua città per i prossimi 5 anni, penso che un politico, ancor più di un cittadino, debba valutare il programma e le capacità del candidato sindaco di governare. E in un ballottaggio le possibili scelte sono ridotte a due.
In questi giorni ho cercato, molto laicamente, di farmi un’idea (ripeto, da non romana) tra il programma di Virginia Raggi e Roberto Giachetti, l’approccio ai tanti problemi di ‪#Roma‬ dell’una e dell’altro. Non so se Roberto Giachetti potrà fare meglio di Ignazio Marino, so però che dà di certo più garanzie della Raggi e di quanto ne consegue.
Io, per mandare segnali a Matteo Renzi (e penso di averne mandati molti in questi anni…), non utilizzo le elezioni amministrative romane: io, se abitassi a Roma voterei per Roberto Giachetti.

70 anni dal primo voto alle donne!

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Oggi in Consiglio comunale riflettiamo sui 70 anni del primo voto alle donne. Solo 70 anni fa la presenza delle Colleghe Consigliere e mia in questa sala non sarebbe stata possibile. Solo 70 anni fa si riteneva che le donne non avessero i titoli morali, prima che materiali, per partecipare alla cosa pubblica. Chissà quante incredibili intelligenze sono state escluse dalla vita pubblica, economica, culturale del nostro paese. Abbiamo avuto bisogno della Resistenza per liberarci da tutto questo. E oggi dobbiamo continuare per quella strada, perché non abbiamo finito di lottare.

Sulla campagna per il referendum costituzionale…

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Maria Elena Boschi non ha proprio detto quello che le viene attribuito. Non ha detto che “quelli (e solo quelli) che votano SI’ sono veri partigiani”, ma che tra i “veri partigiani” (nel senso che hanno fatto la Resistenza) ci sono quelli che votano SI’. Non è comunque il massimo come argomentazione, ma oggi va molto di moda fondare la persuasione politica sulla sindrome del gregge: “Non vorrai mica stare dalla parte sbagliata con la gente sbagliata, vero?”. E’ un peccato, però, che in ballo ci sia il dibattito sulla Costituzione e sull’architettura delle nostre istituzioni. Argomenti, insomma, che meriterebbero tutt’altro livello.

Non condivido gli argomenti di chi, da una parte, dice che questa riforma “salverà il paese” perchè prima c’era il nulla e adesso, invece, avremo risolto tutti i problemi, gli sprechi saranno spariti e l’Italia potrà “ripartire”. E’ una banalizzazione che, in primo luogo, spersonalizza la responsabilità di chi in questi anni ha fatto politica e l’ha fatta male e chi, invece, ha provato a farla bene. Ma è sempre stata un’abitudine di Renzi quella di buttare acqua sporca e bambino, additare un problema e “venderti” la panacea.
Mi riconosco però ancora meno in chi parla di “attentato alla Costituzione”: parliamo della distribuzione del potere, degli assetti parlamentari, dei rapporti tra Stato centrale ed autonomie. Discutiamone fino allo sfinimento, ma evitiamo di dire che la Costituzione va “salvata” da una minaccia. Questi argomenti non aiutano, non “puliscono il campo”, non ci consentono di isolare chi ha secondi e terzi fini (tipo la famosa “spallata” al Governo); aiutano, anzi, proprio chi vuole che finisca tutto in fuffa.
Non mi piace come ci stiamo approcciando a questo importante passaggio politico ed istituzionale; non mi piace vedere gente che della Costituzione farebbe coriandoli (per non dire di peggio …) che approfitta del clima per giocare agli statisti.
Un altro aspetto non mi convince: ovvero legare il risultato del referendum ai destini del Governo. Comprendo le argomentazioni del Premier e della Ministra Boschi, ma non mi trovo d’accordo: oggi non abbiamo bisogno di politici che vanno sul palco, ci “vendono” il prodotto e, se il pubblico non “compra”, allora tutti a casa. Abbiamo bisogno di politici che presentano un progetto, lo difendono e che se non ci riescono hanno l’umiltà di guardare la telecamera e dire: “Abbiamo sbagliato. Abbiamo il dovere di fare meglio”.
Altrimenti possiamo iniziare a pagare i politici coi voucher (che vanno tanto di moda …) per le loro “prestazioni occasionali e non continuative” … Stiamo dando tanto, tantissimo materiale a chi la Costituzione la odia, mentre rischiamo di non appassionare neppure uno dei cittadini che continuano a crederci.