Queste vite valgono meno delle nostre?

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Alcuni sono brave persone, altri sono normali, poi c’è pure qualche scemo. Alcuni hanno sogni e obiettivi, altri vivono alla giornata. Alcuni hanno voglia di lavorare, altri sono pigri. Ci sono quelli onesti, quelli così così, quelli disonesti. Tra loro ci sono geni, quelli che non sanno fare una O con un bicchiere e quelli che se la cavano. Come in qualsiasi campionario umano. Come in qualsiasi nostra città, paese, quartiere, condominio, famiglia. C’è solo una cosa che li distingue da noi: loro muoiono. Perché la loro vita non vale nulla dove vivono e vale ancora meno su un gommone sbattuto a mare. Loro muoiono, mentre noi con la bava alla bocca facciamo gara a chi li odia di più. Loro muoiono, mente noi fingiamo di non sapere che il nostro benessere si fonda su disuguaglianze mondiali insostenibili. Loro muoiono, mentre noi urliamo che non li vogliamo e che siamo spiacenti, ma devono stoicamente sopportare le disuguaglianze di cui sopra.
Rogers scriveva che ogni essere ha un innato desiderio di vita, che nulla puó soffocare. Se lasci una patata al buio in una stanza con un solo spiraglio di luce, diceva, vedrai comparire sulla sua superficie un germoglio che cresce in quella direzione. Perché persino una patata vuole migliorare la propria esistenza.
Queste vite non valgono meno della mia. Chi non ha la forza di affermare lo stesso, non è morto su un gommone per uno strano scherzo del destino, ma è morto dentro.

Io non credo, ma oggi le mie preghiere laiche sono per voi.

Caregiver, Campedelli e Morini “Approvare una legge nazionale”

La Regione Emilia-Romagna si è già dotata di una propria legge, a livello nazionale sono diverse le proposte di legge presentate, una delle quali prende le mosse proprio dall’esperienza del nostro territorio: il tema del riconoscimento giuridico dei cosiddetti “caregiver familiari”, ovvero quello persone che si prendono cura con regolarità di familiari anziani, malati o disabili approda ora, in contemporanea, sul tavolo dell’Assemblea legislativa regionale e del Consiglio comunale di Modena grazie al lavoro di due consiglieri modenesi del Pd. Il consigliere regionale Enrico Campedelli è il primo firmatario di una risoluzione, sottoscritta anche dai colleghi Giuseppe Boschini e Luciana Serri, mentre la consigliera comunale Giulia Morini ha presentato uno specifico ordine del giorno in Consiglio comunale a Modena. Entrambi sottolineano la necessità inderogabile di una normativa nazionale. Ecco le dichiarazioni di Enrico Campedelli e Giulia Morini:

ENRICO CAMPEDELLI “L’Istat ha stimato che siano oltre 3.300.000 le persone che, nel contesto familiare, si prendono cura regolarmente di adulti anziani, di malati e di persone disabili. Si tratta prevalentemente di donne, con famiglia e figli, che spesso sono costrette per questo a lasciare il lavoro. Il caregiver familiare è un elemento basilare dell’attuale sistema di welfare del nostro Paese ed è giusto che anche lo Stato disciplini il suo riconoscimento e sostegno (come in molti altri Stati membri dell’Unione europea). La Regione Emilia-Romagna ha approvato nella precedente legislatura la prima legge regionale in materia e presto verranno presentate le linee guida. Oggi in Parlamento ci sono alcuni progetti di legge, tra cui uno che parte proprio dall’esperienza emiliana. Per questa ragione abbiamo chiesto, con questa risoluzione, che la Regione prosegua la sua azione a supporto delle persone affette da gravi disabilità o menomazioni ed ai loro caregiver, e si impegni in sede politica, a partire dalla conferenza Stato-Regioni, perché si arrivi nel più breve tempo possibile alla discussione e approvazione di una legge nazionale. È urgente farlo al più presto, se vogliamo arrivare all’approvazione entro la conclusione della legislatura”.

GIULIA MORINI “La legge sul riconoscimento del caregiving è molto attesa, prendersi cura di una persona non autosufficiente è un compito complesso e oneroso dal punto di vista fisico, psicologico, economico, delle relazioni sociali e famigliari, lavorativo, etc. Le persone che vi si dedicano sono impegnate in media per circa 8-10 anni (nel caso gli assistiti siano anziani) o addirittura per tutta la vita (è il caso dei famigliari di persone disabili). È tempo che la rete dei servizi dia pieno riconoscimento ai caregiver, mettendo in campo tutte le forme di supporto possibili. La nostra Regione e i nostri Enti locali da sempre sostengono le persone che necessitano di assistenza e i loro famigliari: ora è tempo che anche lo Stato faccia la sua parte. Per questo abbiamo voluto far arrivare ai presidenti delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato una forte sollecitazione a velocizzare i tempi di discussione. Il nostro odg è stato sottoscritto anche dai gruppi “Art. 1-MDP” e “Per me Modena”, a dimostrazione del fatto che il tema è sentito ed unisce. Non c’è più tempo da perdere”.

Il Parlamento approvi la legge sui “caregiver”.

Oggi ho depositato un Ordine del giorno di sostegno alla legge per il riconoscimento dei caregiver famigliari. Coloro che prestano assistenza ad una persona non autosufficiente chiedono supporto giuridico, fiscale, lavorativo, economico e di essere protagonisti nella rete dei servizi socio-sanitari. Le belle parole non bastano più. Con questo documento (firmato da PD, Art. 1 – MDP, Per me Modena) sollecitiamo l’approvazione da parte delle Camere: non c’è tempo da perdere.

Per ridare dignità a questo congresso.

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Lunedí sera ho accantonato gli impegni familiari per ascoltare Pierluigi Bersani a Modena perchè, pur non avendolo a suo tempo sostenuto come segretario del PD, ritengo utile sentire cosa ha da dire in un momento difficile. Non posso negarlo: in molte delle sue idee mi riconosco, ma rispetto al discorso “scissione” non riesco a convincermi al 100% della bontà della scelta. Vorrei, innanzitutto, mettere in chiaro alcuni aspetti: ci sono cose che ho sempre rimproverato alla cosiddetta “Sinistra Dem”. O meglio: ci sono cose che rimprovero ad alcuni suoi esponenti di spicco (tra cui lo stesso Bersani):
1) La gestione del partito fino al 2013. Cito alcuni errori tra tutti: non aver compreso la “portata” del Movimento 5 stelle, l’aver sempre sottovalutato alcune istanze (vedi i temi ambientali), l’aver gestito la discussione interna spesso con orecchie da mercante (per poi aver subito, quasi per contrappasso, lo stesso destino).
2) L’essere stati loro stessi artefici della rapida, bruciante ascesa di #Renzi che a molti è parso l’unica speranza davanti agli errori di cui sopra.
3) Non aver sempre manifestato il proprio dissenso con coraggio davanti alle scelte di Renzi premier, oppure di averlo fatto in maniera poco visibile, vedi sul “Jobs act”, sullo “Sblocca Italia”, sulla pseudo-riforma della P.A. Oppure sul referendum costituzionale, con quella poco comprensibile giravolta tra il voto in Parlamento e quello nelle urne.
 
Certo, nel tempo ho rivolto molte piú critiche a Renzi segretario e premier; ho sempre detto, ad esempio, che questo assurdo esperimento delle larghe intese doveva concludersi e che questa contaminazione con la destra e le sue politiche ci stava logorando. Oggi, per la cronaca, le larghe intese sono persino in via di consolidamento.
 
Chi conosce il mio modesto percorso politico sa, quindi, che non mi sono riconosciuta nella “ditta” bersaniana e ancora meno nella Leopolda renziana, anche perchè alla “rottamazione” di D’Alema e Bersani, ha poi fatto seguito l’inopportuna “riscoperta” di altri non meno “colpevoli” dei primi due (emblematica la promozione di Fassino e Franceschini a “padri nobili” del renzismo, ad esempio).
Le mie idee e sensibilità mi hanno sempre spinto verso una terza via, che a questo punto è da capire se esiste solo nei sogni. Ecco, penso di persone che provano lo stesso mio disagio evidentemente ce ne siano parecchie (basta guardare il crollo delle tessere del partito, iniziato prima del 2013 e continuato dalla cura Renzi-Guerini-Serracchiani): possiamo dire, quindi, che in molti si sono già “scissi” da un po’ ed in silenzio.
Io, nonostante tutto, ho continuato a rinnovare la tessera e a portare la casacca PD, ma capisco benissimo chi non si sente più a casa. Anche per me, dopo tanti anni di militanza attiva (15 per la precisione, piú della metà della mia vita), questa politica è diventata un mondo difficile da capire.
E’ come se il mio partito non avesse veramente bisogno di me, perché io posso contare solo se ho sufficienti “relazioni” per “essere riconosciuta” come parte di “qualcosa” (chiamiamola “corrente” per semplicità). Il singolo (con ciò che lo caratterizza) non interessa davvero a questo PD. Probabilmente non interessava già alla “ditta” e ha continuato a non interessare alla Leopolda.
Voglio essere chiara: il problema non è se Giulia Morini smette di sentirsi a casa. Il problema è che una normale ragazza di 20/30 anni, lavoratrice precaria o disoccupata, si sente estranea nelle stanze di un partito che invece dovrebbe avere tante cose da dirle. Questo è ben più grave.
 
Oggi mi trovo davanti ad un bivio. Per quel che mi riguarda, Renzi passerà alla storia come il segretario che ad una minaccia di addio ha risposto da bullo e che, piuttosto che impegnarsi in un tentativo di riconciliazione, ha salutato tutti per volare in California a lanciare la propria personale campagna, cercando di spingere il partito in un congresso-lampo privo di qualsiasi dignità per dimostrare (ancora una volta) che può fare a meno di chiunque non gli piaccia.
Nonostante tutto questo, però, resto. Resto perché l’Italia continua ad avere bisogno di un PD che nè la “vecchia guardia”, nè tantomeno Renzi sono riusciti ancora a realizzare. Provo e spero che, dopo tutte le batoste che abbiamo preso e prenderemo, stavolta sapremo dove andare. Parteciperò al congresso sostenendo l’unico candidato che oggi ha compreso che non possiamo andare avanti cosí, Andrea Orlando. Lo farò con la rabbia e l’amarezza che tanti compagni (e purtroppo ex-compagni) stanno provando in questi mesi, ma lo farò anche perchè solo partecipando in tanti potremo restituire a questo congresso quella dignità che qualcuno sta provando di toglierci.

Libertà di pensiero sì, apologia di fascismo no!

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Tra pochi giorni a Modena aprirà un circolo culturale di estrema destra. Si chiamerà “Terra dei Padri” e si connota già in modo piuttosto chiaro. Come già capitato in passato davanti ad eventi del genere, la nostra città reagisce in modi molto diversi: da una parte c’è la preoccupazione e la presa di posizione del mondo democratico e antifascista. Poi ci sono quelli che non vedono l’ora di alzare il livello dello scontro. Questi ultimi non devono essere in alcun modo giustificati, perché non si è antifascisti con le bombole spray, le minacce o gli insulti. La Resistenza e la Costituzione ci insegnano altro e noi a quell’esempio rimaniamo fedeli.
Bene ha fatto il Sindaco di Modena a rimarcare due questioni: a Modena la violenza non sarà tollerata, come non viene tollerata l’apologia di fascismo.
Le reazioni dei promotori del Circolo sono state unanimi: “noi non facciamo niente di male”. Allora chiedo a lorsignori di spiegarmi come mai hanno deciso di chiudere la loro festa col concerto di una band chiamata “Topi neri” i cui testi sono infarciti di frasi sicuramente casuali come “boia chi molla”, “centinaia di braccia tese”, “camerati” e altre prodezze. Questa non è arte: questo è fascismo, punto.
Facciano la loro inaugurazione; la Costituzione nata dalla sconfitta dei loro “Padri” glielo consente, ma richiama anche tutti noi alla vigilanza. Fosse per me, farei recapitare loro una copia dell’atto con cui Modena viene insignita della Medaglia d’oro alla Resistenza, con le parole che raccontano del sacrificio di centinaia di Modenesi, combattenti e civili. Così almeno avranno un ricordo tangibile della nostra storia.

“Facciabronzismo”…

Un’ottimo discorso quello di Renzi, ieri all’assemblea nazionale del PD. Franco, in gran parte condivisibile. Peccato che il congresso non si faccia, quindi #andiamoavanti, metti che sia #lavoltabuona e che improvvisamente la gente inizi a capirci.

Poi c’è la questione Giacchetti (che avrebbe potuto usare un po’ di quell’energia nella campagna per le amministrative, magari). Diciamo che se dovessimo dare patenti di incoerenza e “facciadibronzismo” ci verrebbe fuori un elenco interessante e piuttosto lunghetto.

I toni da apocalisse (ahimè) funzionano…

L'infografica di Centimetri sul voto nelle Regioni al Referendum Costituzionale. Roma, 5 dicembre 2016. ANSA/ CENTIMETRI

Aldilà dell’esultanza a favore di telecamere di qualche leader delle opposizioni, in realtà a questo giro è molto difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Quindi è importante sottolineare le cose sulle quali riflettere per prepararci ad una stagione che ci metterà alla prova (soprattutto in casa #PD, che è ciò che m’interessa visto che è casa mia):
1. I toni da apocalisse (ahimè) funzionano: aver voluto enfatizzare che in questo voto c’erano in ballo i destini economici ed addirittura sociali di questo paese ha aggiunto caos nelle valutazioni e nella comprensione del merito. Dall’altra parte, drammatizzare parlando indebitamente di “ridimensionamento della democrazia” o di “autoritarismo”, ad esempio, ha allarmato più del dovuto molte persone. Chi ha deciso queste strategie forse può intestarsi parte della grande partecipazione al voto. Ma qual è stata la “qualità” di questa partecipazione? Lo vedremo.
2. Renzi e alcuni ministri del suo governo si sono appiattiti su un messaggio solo: il cambiamento è buono a prescindere, tanto che non c’è bisogno neppure di spiegarlo. Sottovalutando che il cambiamento invece va digerito, compreso e che le persone hanno bisogno di toccare con mano contropartite vantaggiose, magari nella direzione dell’equità.
Il messaggio “sono 30 anni che ci proviamo, o la va o la spacca”? Troppo debole per essere convincente.
3. Il PD si è adeguato ad una campagna elettorale fatta di messaggi tra il ridicolo e l’offensivo. Esempio? La foto del consigliere regionale in bianco e nero che si mette a posto la cravatta, sbandierata a simbolo di privilegio. Lo stesso PD che poi sui territori cerca di spiegare, con fatica, che i costi della politica (soprattutto di quella che funziona) sono niente rispetto ai grandi sprechi di questo paese (come quelli nei Ministeri). Messaggi discordanti che hanno portato le persone a pensare che di “volte buone” nella quotidianità della politica ce ne sono tante, basta volerlo.
 
La verità è che i toni apocalittici hanno allettato tutti. Molti sono stati sfiorati dall’idea che, davanti all’ipotesi della crisi di governo, avrebbe prevalso nei cittadini un senso di responsabilità che coincideva un po’ con una delega. Ma cosí facendo abbiamo messo noi una pistola carica nelle mani dei nostri avversari (quelli veri, quelli che della Costituzione non gliene frega davvero un baffo) e così non siamo riusciti ad evitare la rabbia delle persone che stavolta non hanno risposto stando a casa (come nelle ultime tornate elettorali), ma dicendo la propria in massa.
Oggi è sorto un nuovo giorno e domani ne sorgerà un altro, ma confido che finalmente il sole vada presto ad illuminare ció che fino ad ora non abbiamo saputo vedere.

Tra D’Alema e Renzi, io sto con Prodi.

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Tutti ad incensare o attaccare Romano Prodi per quello che farà il 4 dicembre, e in pochissimi che abbiano letto (e fatto tesoro) della parte più importante della sua dichiarazione, quella che parla di cosa succederà (comunque vada il referendum) dal 5 dicembre in poi: “La mia vicenda politica si è identificata nel tentativo di dare a questo Paese un modello maggioritario e bipolare. C’è chi ha voluto ignorare e persino negare quella storia, come se le cose cominciassero sempre da capo, con una leadership esclusiva, solitaria ed escludente. E c’è chi ha poi strumentalizzato quella storia rivendicando a sé il disegno che aveva contrastato“.
Al di là di come ha deciso di votare, Prodi ci rimprovera tutti. Ma qualcuno forse deve sentirsi più rimproverato degli altri.